IL CASO

Di Amelia De Bei - 07.12.2015

L'intollerabile leggerezza della violenza

Il calcio regionale, nonostante la sua vocazione dilettantistica, é comunque un calcio agonistico dove ogni squadra, anche l’ultima della classe, entra in campo per cercare di vincere. Figuriamoci poi quando delle squadre si giocano, in una partita, una promozione o una retrocessione: la tensione agonistica diventa ancora più forte. Si aggiungano a questo i pretesti, le frustrazioni e le cause che portano le persone a sfogarsi durante il week-end sui campi di calcio ed ecco che ci troviamo di fronte a un fenomeno, la violenza nei campi di calcio regionali, che non ha nulla da “invidiare” a quella nei grandi stadi se non per il numero degli individui coinvolti.

I comportamenti
Cosa c’è alla base di certi comportamenti? Sicuramente un'insana visione del calcio e dello sport in generale, in cui il concetto di avversario da superare sfruttando le proprie capacità viene sostituito da quello del nemico da abbattere, costi quel che costi. Si aggiunga poi la tendenza, da parte di allenatori, di dirigenti di società o addirittura di genitori di minimizzare gli episodi, di relativizzarli, di chiedere quindi comprensione e sconti di pena, e abbiamo il quadro completo di un degrado morale che coinvolge piccole e grandi società, gettando su quello che dovrebbe essere solo un gioco un velo di negatività che mette in discussione tutti gli insegnamenti positivi che sono invece alla base della pratica di qualsiasi sport.

I RESOCONTI
La giornata calcistica non dovrebbe essere caratterizzata da resoconti di atti di violenza, inciviltà, razzismo, come invece regolarmente si legge dai referti degli arbitri che sempre più spesso si trovano a dover far fronte alla legittimazione di questi comportamenti da parte del pubblico, composto per lo più da familiari che plaudono all'atteggiamento del figlio, scambiando la maleducazione con la capacità di farsi valere. Più volte sono stati stilati comunicati o editoriali che esortavano al rispetto delle regole, al tanto decantato fair play, ma a quanto pare ciò non sembra più sufficiente. 

“Occorre una presa di coscienza” - ribadisce il Presidente del CR Lazio, Melchiorre Zarelli -, una profonda riflessione che conduca a rivedere i proprio comportamenti e fare opera di prevenzione diffondendo messaggi di vera cultura sportiva”. Anche perché non si deve permettere che venga vanificato quanto, con la passione e i sacrifici propri del calcio dilettantistico, è stato costruito nel corso degli anni. Per questo i Presidenti di società, i dirigenti e i tecnici, nonché i familiari dei giocatori presenti nei terreni di gioco in occasione delle gare, dovrebbero fare il primo passo verso chi, con comportamenti fuori dalle regole, non solo sportive ma anche del vivere civile, danneggia uno degli sport più belli del mondo.

GLI INCONTRI
Per prendere coscienza del fenomeno, i cui dati ne evidenziano l'allarmante dimensione assunta già nelle prime giornate dei campionati Prima e Seconda Categoria (vedi box), sono state organizzate una serie di riunioni sul territorio, durante le quali si è dato vita a un confronto - a volte anche acceso ma schietto - tra le diverse componenti: dirigenti federali, arbitri e dirigenti di società. Incontri che sono partiti da Viterbo e, settimana dopo settimana, si sono svolti anche nelle province di Rieti, Roma (più di un incontro, ovviamente), Frosinone e Latina

“Sono stati incontri produttivi, durante i quali è emersa la volontà di arginare, ognuno per la sua parte, il fenomeno. La speranza è che i dirigenti riescano a trasmettere, ai tesserati delle proprie società, il nostro messaggio. Così come speriamo che gli arbitri capiscano che non sempre si può fare scuola a scapito delle nostre società”, ha sottolineato il promotore delle riunioni, il Presidente del Comitato Regionale, Melchiorre
Zarelli.