SECONDA CATEGORIA

Di Italo Caccavella - 05.12.2013

Il patron top player

E' uno che fa la differenza Tonino Delle Monache, personaggio conosciuto e rispettato per la  sua competenza calcistica e per la passione con cui riesce a costruire sempre formazioni di buon livello. Fondatore, inizialmente allenatore, segretario e, dal 2007, Presidente del Montebello Calcio, sempre presente, si distingue, oltre che per un vero e proprio amore  verso tale sport, anche per la capacità di trasmettere ai propri giocatori valori e principi che vanno ben oltre un campo di calcio.

Presidente, da quanto tempo è nel mondo del calcio?
Ho iniziato a giocare a calcio quando avevo 9 anni, le giovanili le ho fatte nel Penne facendo anche qualche presenza in Interregionale. Poi, quando avevo 20 anni, mi sono iscritto all’università, continuando a giocare tra la Terza e la Prima Categoria fino a 25 anni. Purtroppo una malattia mi ha costretto ad abbondare il calcio come giocatore, ma non ce l’ho fatta a distogliermi dalla mia grande passione e ho iniziato la mia carriera da dirigente.

Passione che ha fin da bambino?
Se mi togli il calcio, mi togli tutto…

Ci sono delle differenze tra il calcio di oggi e il calcio passato?
Prima si dava più importanza al singolo, i giocatori erano più liberi di tentare la giocata, mentre oggi, sin dalle giovanili, c’è uno studio quasi maniacale della tattica. 

Il ricordo più piacevole che ha come Presidente?
Il ricordo più bello è sempre quello dell’ultima domenica trascorsa…

C'è un Presidente di serie A che stima in modo particolare?
Da juventino dovrei rispondere Agnelli, ma stimo moltissimo Pozzo, che attraverso la propria politica di valorizzazione dei giovani è riuscito sempre a ottenere ottimi risultati con l’Udinese.

Stagione corrente: se lo aspettava un inizio così positivo?
Se dicessi di no direi una bugia, dato che abbiamo rinforzato la squadra proprio per stare più in alto possibile. Comunque, a prescindere dal risultato della partita, l’importante è che ad ogni triplice fischio dell’arbitro i miei giocatori escano dal campo pienamente soddisfatti e con la consapevolezza di avere dato il massimo.

Il punto di forza del Montebello?
Sicuramente l’essere riusciti a diventare un vero gruppo, tutti amici, ma non amici su Facebook, veri amici pronti ad aiutarsi vicendevolmente. I rapporti vanno ben oltre il campo, e per i miei giocatori io sono una sorta di fratello maggiore.

Segue sempre le partite della propria squadra?
Io sono presente non solo alle partite, ma anche agli allenamenti. Da quando io, insieme ad altri amici, ho fondato la squadra (14 anni fa, ndr) avrò saltato al massimo una decina di allenamenti, e solo per valide ragioni. Se non fosse per noi, oggi probabilmente a Montebello di Bertona non ci sarebbe il calcio, e questo è motivo per me di grande orgoglio.

Qualche suo giocatore che le piace particolarmente?
Io ho 20 tesserati e per me sono tutti e 20 titolari in ugual modo.

Ha mai esonerato un allenatore?
Mio malgrado una volta sì, un ex giocatore della mia squadra che ha voluto provare a intraprendere la carriera da allenatore: dopo tre mesi, di comune accordo, abbiamo deciso di concludere questa esperienza. Ovviamente oggi continuiamo a essere ottimi amici.                        

         

Il “nodo” giovanili  
Quest’anno nei settori giovanili, soprattutto in Abruzzo, si è verificato un forte calo di tesserati, secondo lei perché?
“Secondo me molto è legato ai costi che devono sostenere i ragazzi per poter giocare. Capisco il pagamento quando si tratta di scuole-calcio, ma non so fino a che punto possa far bene richiedere il pagamento anche alle categorie Esordienti, Giovanissimi e Allievi; è anche vero che prima le aziende locali potevano contribuire a vario titolo al mantenimento delle società, ma oggi questi contributi, per i motivi che tutti conosciamo, sono venuti meno. Un altro fondamentale problema è che oggi, a causa della regola di far giocare in prima squadra obbligatoriamente un minimo di giovani, e che questi, anche per motivi economici, sono sempre del proprio vivaio, è normale che la squadra Juniores è meno competitiva e ha una rosa ridotta. Senza contare il fatto che, così facendo, i giovani chiamati in prima squadra, sentendo la loro convocazione certa, si allenino con minore intensità (ai miei tempi l’essere chiamato in prima squadra era un enorme soddisfazione e si faceva del tutto per non fare cambiare idea al mister). Io sono convinto che questa regola vada rivista”.


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